Perché il futuro della previdenza europea e italiana dipende dalla capacità di rilanciare il potere d’acquisto e la crescita dei salari reali
La pensione è nel salario.
di Adriano Cronavero
Sotto la spinta implacabile della demografia, persino la Germania, dopo la Francia, prepara una grande riforma del sistema pensionistico. Il cancelliere Merz lo ha annunciato in questi giorni e molto probabilmente alla fine di un lungo processo di confronto tra le parti sociali, il governo e i cittadini, in puro stile teutonico si arriverà, tra qualche anno, a una sintesi condivisa e definitiva.
Oltralpe, invece, complice l’instabilità politica che ha accompagnato la seconda esperienza presidenziale di Macron, dopo anni di accesi scontri di piazza, l’esecutivo che utilizzando un escamotage nel 2023 aveva approvato la riforma scavalcando il parlamento, nel 2025 ne ha sospeso gli effetti fino a dopo le elezioni del 2027. Tralasciando il giudizio politico circa l’opportunità della pratica – e delle sue ovvie conseguenze elettorali – il dato che appare incontrovertibile è quello relativo all’ineluttabilità di una riforma previdenziale.
A Parigi, infatti, la spesa pensionistica (dati UE 2022) si aggira attorno al 14% del PIL nazionale. Per avere un termine di paragone, in Italia è di poco superiore al 15%. Ma la dinamica di crescita della spesa tra i due Paesi è tutt’altro che allineata: se in Italia, conseguentemente alla riforma “Fornero” del 2011, negli ultimi dieci anni questa è cresciuta del 3%, in Francia ha fatto segnare un ragguardevole + 17%. Guardando al rapporto con la spesa pubblica, la previdenza francese pesa per il 25% circa sul suo totale annuo, quella italiana per un più modesto 14,7%, il tutto in un quadro in cui proprio la spesa pubblica nazionale è sostanzialmente stabilizzata in Italia, ma in preoccupante ascesa in Francia: le proiezioni stimano che entro il 2030 l’indebitamento transalpino rispetto al PIL avrà raggiunto lo stesso livello di quello italiano.

I dati tedeschi parlano di un più confortante 11,6% di rapporto tra spesa pensionistica e PIL nel 2022, ma come annunciato dall’Ufficio federale di statistica pochi giorni fa, nel 2024 su circa 41 milioni di persone occupate, quasi 10 milioni avevano un’età compresa tra 55 e 64 anni (circa il 24%), il dato più elevato tra tutti i Paesi UE.
Nonostante roboanti e cicliche promesse elettorali, del resto, anche nel nostro Paese nessuno tocca la vituperata legge “Fornero”. L’attuale assetto previdenziale, infatti, ha messo in sicurezza una delle variabili più pesanti nella composizione del debito nazionale, costo per giunta non direttamente funzionale alla crescita dell’economia.
Ma se il mix di calcolo contributivo e ritardato accesso alla prestazione previdenziale dei lavoratori da un lato ha reso più sostenibile un sistema in grande difficoltà, dall’altro ha drammaticamente abbassato il tasso di sostituzione tra salario e pensione, evidenziando una drammatica riduzione del reddito dopo il pensionamento.
Questo, però, non è un destino segnato.
Secondo l’OCSE, l’Italia è l’unico Paese tra i membri che ha visto una crescita salariale nominale dell’1% nell’arco degli ultimi trenta anni (1991-2022), a fronte di un dato medio del 32,5% degli altri Paesi. Tutto ciò mentre la produttività cresceva più delle retribuzioni, determinando un crollo del peso dei salari sul PIL (37,8%) e una contemporanea crescita del peso dei profitti (60%).
Dal punto di vista dei salari reali non è certo andata meglio. Il “Rapporto mondiale sui salari ’24-‘25” pubblicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) evidenzia come l’Italia abbia subito le perdite maggiori in termini assoluti di potere d’acquisto dei salari a partire dal 2008. Tra i paesi a economia avanzata del G20, le perdite di salario reale sono state dell’8,7% in Italia, del 6,3% in Giappone, del 4,5% in Spagna e del 2,5% nel Regno Unito.

Proprio in questa estrema compressione salariale si può trovare una via d’uscita per le pensioni.
Il dato che emerge dalle analisi ha, infatti, due facce: se è vero che è evidente il fallimento della contrattazione collettiva nel tenere collegati i salari al reale costo della vita, è pure vero che ora ci sono ampissimi margini di recupero in termini di massa salariale in sede di rinnovo dei CCNL.
Basandosi esclusivamente sui contributi effettivamente versati durante l’intera vita lavorativa, nel sistema contributivo diventa, dunque, cruciale non solo difendere, ma espandere gradualmente il salario dei lavoratori. Se necessario, anche limitando il ricorso da parte datoriale a strumenti di grande risparmio per il retributore, quale il welfare aziendale, ma minimamente vantaggioso nel breve periodo per il lavoratore e addirittura dannoso ai fini pensionistici, puntando in sede di trattativa alla reale valorizzazione del lavoro.
Al contempo assume un ruolo sempre più rilevante la previdenza complementare. Questo strumento, meritoriamente riconosciuto sin dall’inizio come fondamentale dalle organizzazioni sindacali, consentirebbe un recupero almeno parziale di quel differenziale negativo tra ultima retribuzione lorda percepita e prestazione previdenziale. Anche questo, però, a patto che negli anni di attività del lavoratore vada incrementandosi la percentuale di contribuzione versata dal datore, oggi in talune realtà al limite del simbolico, come pure il livello di retribuzione. Il reddito reale deve essere almeno sufficiente a non dover costringere il lavoratore, non solo in prossimità del pensionamento, ma durante tutto l’arco della vita lavorativa, ad accedere a onerosi anticipi, a detrazione della futura prestazione integrativa. Per far fronte a spese tipiche del nostro sistema sociale, a fronte di una costante contrazione delle misure di spesa sociale del Paese, infatti, è evidente come costi relativi all’istruzione superiore dei figli, all’acquisto di una prima casa, a bisogni di natura sanitaria non obbligatoriamente eccezionali del nucleo familiare, costituiscano non più variabili, ma costanti nella quotidianità del ceto medio e basso spendente. Spese un tempo affrontate anche ricorrendo al trattamento di fine rapporto, oggi cespite fondamentale della previdenza integrativa. Per non privare di senso un valido strumento previdenziale risulta, quindi, necessario arginare l’eccessivo ricorso al c.d. “riscatto” che attualmente caratterizza la scelta di molto più della maggioranza di chi possiede una posiziona attiva su un fondo di previdenza complementare. Anche questo passa attraverso un sostegno costante dei livelli di retribuzione.
A maggior tutela di un sistema che consente la tenuta contabile dello Stato, è necessario garantirne l’equità attraverso prestazioni dignitose. Aumentare la capacità contributiva – oltre al potere d’acquisto – dei lavoratori è l’unico modo per farlo.
Mai come oggi la pensione è nel salario.
