AdEPP, i dottori dei numeri e i conti della serva

di Adriano Cronavero

Dall’importante palco degli Stati generali della Previdenza dei Liberi Professionisti, come riportato da Il Sole 24 Ore del 28 maggio, il Presidente dell’AdEPP, Alberto Oliveti, lancia un monito: “Abbiamo onorato il contratto implicito e pagato tutte le prestazioni compreso il nuovo welfare; il patrimonio delle Casse è stimato ufficialmente a 125 miliardi di euro e, secondo me, ha già raggiunto quest’anno i 130 miliardi; contribuiamo all’economia del Paese facendo investimenti e con le tasse, che nel 2023 sono state complessivamente 2,65 miliardi di euro, di cui 2 miliardi dalle pensioni erogate e 650 milioni dalla tassazione sui rendimenti degli investimenti che da tempo chiediamo di eliminare o almeno di ridurre”.

Intendiamoci, il dott. Oliveti ha ragione. È francamente incomprensibile la logica per cui in questo Paese le rendite degli investimenti della previdenza complementare, volontaria e integrativa, sono tassate al 20%, mentre quelle della previdenza obbligatoria dei professionisti, le Casse appunto, sono tassate al 26%.

Altra questione incomprensibile, poi, è la logica di un dibattito incentrato sullo 0,01% di quel patrimonio di oltre 125 miliardi di euro.

Ma procediamo con ordine.

Generando tasse per 650 milioni di euro, a un’imposta del 26%, i rendimenti degli investimenti AdEPP nel 2024 corrispondono a circa 2,5 miliardi. Cifra che concorre a portare il totale del patrimonio del comparto (cresciuto di 11 miliardi dal 2023) a 125,1 miliardi di euro che, partendo dai 65,6 miliardi di euro del 2013, rappresentano una crescita di oltre il 90% del valore, come spiega il “XV Rapporto AdEPP sulla previdenza privata”. Traguardo di tutto rispetto, giustamente rivendicato dall’Associazione.

Immagine: EVOLUZIONE DEL PATRIMONIO DEGLI ENTI PREVIDENZIALI PRIVATI (DATI IN MILIARDI DI EURO) da “XV Rapporto AdEPP sulla previdenza privata”.

Sempre stando a quella pregevole pubblicazione, curata dal Centro studi dell’organizzazione che riunisce le diciotto Casse oltre a Onaosi, nello stesso periodo scelto per l’illustrazione degli importanti risultati patrimoniali (2013-2020) i contributi raccolti sono passati da 8,6 miliardi di euro a 13,9 miliardi, segnando un ragguardevole incremento del 62%; l’ammontare delle prestazioni erogate da 5,3 miliardi a 9,5 miliardi, con un aumento di poco inferiore all’80%. In riferimento a quest’ultimo dato, inoltre, va sottolineato come le prestazioni c.d. “IVS”, cioè le pensioni di invalidità, vecchiaia e superstiti, sono cresciute del 75,6%, e le altre prestazioni, quelle assistenziali, di maternità e di welfare, sono aumentate del 149,8%. Si è assistito, quindi, a una crescita non solo quantitativa, ma soprattutto qualitativa e differenziata dei servizi erogati all’oltre milione e seicentomila iscritti.

A quale costo?

Il costo annuo sostenuto dal comparto per i suoi circa duemilaseicento addetti, dal più apicale dei dirigenti, all’usciere – per chi ancora non ha esternalizzato il ruolo – è pari a meno dello 0,18% del patrimonio.

220 milioni di euro che, sarebbe ora di chiarire, non gravano sui contributi degli iscritti, ma sono assorbiti dai rendimenti patrimoniali, i citati 2,5 miliardi di cui il costo del personale rappresenta l’8,8%, nonché un terzo delle sole tasse che questi rendimenti generano.

Fa bene il Presidente Oliveti a diffondere quei numeri, perché quei risultati rappresentano l’efficienza e la professionalità dei lavoratori di questo comparto.

Sbaglia, invece, chi, pur facendo parte del sistema delle Casse privatizzate, non vuole riconoscerne il valore, per non riconoscere quello di chi ci lavora, bloccando tutto in discussioni dello 0,01%.

Sì perché il 6% di aumento proposto, calcolato rispetto all’intero costo del personale, altro non è che lo 0,01% di quel patrimonio. Possibile che se ne siano resi conti i dipendenti con i “conti della serva” e non i dottori dei numeri con le loro lenti?