Chi paga le tasse si impoverisce il problema sono i salari

In Italia parlare di tasse significa spesso fermarsi alla superficie. Si ripete che il Paese è “oppresso dal fisco”, che il carico fiscale è insostenibile, che tutti pagano troppo. Ma i numeri raccontano una realtà più complessa e, per certi versi, più scomoda: non tutti pagano troppo, e soprattutto non tutti pagano allo stesso modo.

I dati richiamati dal Sole 24 Ore (https://www.ilsole24ore.com/art/fisco-redditi-dichiarati-quasi-1100-miliardi-ma-113-milioni-italiani-non-pagano-l-irpef-AIRYsGfC) mostrano che i redditi dichiarati hanno ormai sfiorato quota 1.100 miliardi di euro, arrivando a 1.076,3 miliardi, con un aumento del 4,7%. L’Irpef netta ha raggiunto 197,4 miliardi, ma oltre 11,3 milioni di contribuenti non versano Irpef.

Ma il punto più rilevante, ai fini della discussione sulla giustizia fiscale, è la forte concentrazione del prelievo: poco più del 40% dei contribuenti sostiene quasi il 90% dell’Irpef complessiva, mentre una larga fascia di dichiaranti si colloca su livelli di reddito molto bassi o nulli. Una quota significativa dichiara meno di 15mila euro lordi annui. Non siamo quindi solo di fronte a un sistema fiscale “pesante”, ma a un sistema profondamente squilibrato, che si regge su una platea ristretta e ben riconoscibile.

Sul tema si era espresso anche il Centro Studi di Itinerari Previdenziali (https://www.itinerariprevidenziali.it/il-punto/italia-oppressa-tasse-irpef/), mettendo in discussione la narrazione dominante di un Paese indistintamente “oppresso dal fisco”. Nella pubblicazione del Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano 2024, emerge invece un quadro molto più netto: il carico fiscale non è distribuito in modo uniforme, ma è concentrato e scaricato in modo strutturale su chi non può sottrarsi.

Pochi pagano per molti, si dice. Ma quei “pochi” non sono un’astrazione: sono in larga parte lavoratrici e lavoratori dipendenti e pensionati, cioè redditi tracciati, visibili, automaticamente tassati. È qui che la lettura diventa politica: il problema non è solo quanto si paga, ma chi paga davvero. E dentro quella quota che paga, il lavoro dipendente rappresenta la componente più esposta, più certa e, di fatto, più caricata.

Il lavoro dipendente paga prima ancora di ricevere. La busta paga arriva già decurtata. Non c’è possibilità di rinvio, di negoziazione, di sottrazione. È su questo meccanismo che si è costruita, negli anni, la tenuta del sistema fiscale e del welfare.

Nel frattempo, resta una differenza sostanziale, mentre il lavoro dipendente è sottoposto a un prelievo certo e immediato, una parte del lavoro autonomo continua a operare dentro una logica di definizione preventiva e gestione del rischio fiscale. Non è una questione ideologica, è un dato di fatto. E come tale va affrontato.

Ed è qui che la questione fiscale diventa, inevitabilmente, questione sindacale.

Perché se il sistema si regge in larga parte su chi paga sempre, allora diventa inaccettabile che proprio quei redditi siano quelli che negli ultimi vent’anni hanno perso terreno. Il grafico che accompagna questo articolo lo mostra con chiarezza: dal 2001 a oggi, in termini reali, i redditi degli autonomi risultano cresciuti del 67%, quelli dei pensionati del 37%, mentre i redditi dei dipendenti segnano un -9% (fonte: elaborazione su dati Ministero dell’Economia e delle Finanze e ISTAT).

Questo è il nodo: chi sostiene il sistema fiscale e contributivo è anche chi ha visto arretrare il proprio potere d’acquisto.

Ne avevamo già parlato qui: https://www.cislcasse.it/2025/12/16/quando-il-salario-diventa-cittadinanza-il-potere-dacquisto-come-misura-della-liberta-democratica/, quando abbiamo scritto che il salario non è soltanto una variabile economica, ma una misura della cittadinanza democratica. Il potere d’acquisto non è un dettaglio: è la condizione concreta per vivere con dignità, per partecipare alla società, per esercitare diritti. Quando si riduce, si restringe la libertà reale delle persone.

Per questo la discussione sulle tasse non può essere separata dalla discussione sui salari. Una riforma fiscale che ignora il lavoro dipendente rischia di essere non solo inefficace, ma ingiusta. Ridurre il cuneo fiscale è necessario, ma non basta se non si interviene sulla dinamica dei redditi, sui rinnovi contrattuali, sulla redistribuzione della ricchezza prodotta.

Il fisco giusto non è quello che promette meno tasse in astratto. È quello che redistribuisce il carico in modo equo, che combatte davvero evasione ed elusione, che riconosce il valore del lavoro e smette di considerarlo una variabile residuale.

Senza un aumento dei salari dei lavoratori dipendenti, non c’è vera cittadinanza. Il grafico lo dimostra: se il lavoro dipendente arretra mentre altri redditi crescono, non siamo davanti a un semplice squilibrio economico. Siamo davanti a una frattura democratica.

È in questo quadro, fatto di redditi che si distribuiscono in modo diseguale e di un carico fiscale che insiste sempre sugli stessi, che in questi giorni si inserisce anche una partita concreta che riguarda direttamente un settore importante del lavoro dipendente. Un settore che, vale la pena ricordarlo, conferma il ruolo strategico delle Casse nella tenuta del sistema previdenziale del Paese.

Da qualche tempo è infatti avviata la trattativa per il rinnovo del CCNL dei lavoratori dipendenti delle Casse. Un confronto che non arriva in un vuoto, ma dentro una dinamica precisa: anni di erosione del potere d’acquisto, a fronte di un prelievo fiscale rimasto certo, continuo, inevitabile.

E allora bisogna dirlo con chiarezza e senza ambiguità: si parta dai numeri, dal potere d’acquisto perduto, dal peso fiscale sostenuto, dal ruolo che queste lavoratrici e questi lavoratori hanno nel tenere in piedi pezzi fondamentali del sistema previdenziale, esercitando una funzione che ha un rilievo pienamente costituzionale.

Se non si parte da qui, non si sta discutendo seriamente.

Se non si riconosce questa realtà, si sta semplicemente rinviando il problema.

Se non si dice la verità sui salari e sul fisco, non è una trattativa, è un alibi costruito sulla rimozione della realtà.

Tommaso Aniello